A Olympos, quando la musica si ferma per un attimo durante una festa, capita che qualcuno si alzi e canti due versi che nessuno ha mai sentito prima. Non li ha scritti: li ha composti lì, sul momento, rispondendo a chi ha cantato prima di lui. Sono le mantinades, e a Karpathos — più che altrove nel Dodecaneso — sono ancora una cosa viva, non un pezzo da museo.
Ogni mantinada è una coppia di versi in rima che parla di amore, di vita o di morte — spesso tutte e tre insieme. Nei panegyri, le feste dei santi che animano i villaggi tutta l'estate, gli uomini si alternano a intonarle, uno dopo l'altro, mentre lira e laouto continuano a suonare sotto le loro parole. Chi canta risponde a chi ha cantato prima, a volte lo sfida, a volte lo consola: è una conversazione fatta in rima, davanti a tutto il paese.
Non serve essere poeti di professione. A Olympos la capacità di improvvisare una mantinada buona è una competenza che si tramanda in famiglia, insieme al dialetto arcaico e ai costumi ricamati che le donne indossano ancora ogni giorno. Chi ci riesce bene, in paese, si sa: è lui che viene chiamato a cantare per primo, quando la festa comincia a scaldarsi.
La prima volta che ho sentito una mantinada dal vivo non ho capito quasi nulla — il dialetto è denso, veloce, pieno di parole che in greco moderno non si usano più. Ma ho capito benissimo il silenzio che si è fatto intorno a chi cantava, e gli sguardi di chi aspettava la rima. È un'attenzione che in nessun teatro ho più ritrovato.
La musica di Karpathos è un filo che attraversa anche il libro. Inizia dai primi tre capitoli.